“L’ultimo campeggio dei Maanit…”
Prendendo per l’ultima volta il pullman che doveva riportarci a casa, ho provato una serie di emozioni fortissime, mi sono rivisto passare davanti a me tutti i più importanti momenti della mia vita shomristica.
Quando sono tornato a casa, ci sono voluti tre giorni prima che le farfalle che avevo nello stomaco decidessero di fermarsi e che la malinconia cessasse.
Questo ultimo campeggio, per tutti noi della kvutzà Maanit, è stato davvero speciale e carico di emozioni.
Ma partiamo prima da un breve resoconto di come è andata la quattordicesima avventura dell’ H.H a Monte monaco.
Il machanè è stato come sempre ricco di peulot, giochi e tante attività che hanno impegnato l’intera giornata di tutte le 220 persone che hanno deciso di parteciparvi.
Tutte le attività si sono sempre svolte nel migliore dei modi, stimolando sempre il giudizio critico di tutti i chanichim che ogni volta hanno sempre fatto sentire la loro voce, rendendo orgogliosi tutti noi membri della bogrut, che tanto ci siamo impegnati tra moatzà e precampo, affinché tutto fosse il più coinvolgente possibile.
I primi giorni sono volati via velocemente tra serate di investigazione con il gioco giallo, la meravigliosa gita, le prime peulot, pranzi e cene ricche di atmosfera.
Arriviamo così al giorno 29 di dicembre, la mattina ad achshev i rashei leggono a tutti i chaverim il programma della giornata: “ Ore 19 docce, ore 20 cena, ore 21 ENTRATA IN BET NACHSHUVIM!!!”.
La kvutza nachshuvim inizia a urlare di gioia, facendo un’atmosfera davvero unica.
Ora, per i lettori che non lo sapessero, l’entrata in bet, è quel momento in cui una kvutzà passa dal gruppo dei ragazzini più piccoli, a quello dei ragazzi più grandi, un passaggio davvero importante nel percorso shomristico.
Tutto il machanè ha aspettato la sera per poter vedere lo spettacolo dei nachshuvim e soprattutto sapere quale sarebbe stato il nuovo nome del gruppo.
La recita è stata molto intensa e ricca di emozioni, i ragazzi hanno messo in mostra tutto ciò che il movimento ha loro dato durante questi primi anni di partecipazione.
Al termine della recita, il momento più atteso, due ragazzi si avvicinano al cartellone, pronti a scoprirlo, svelando così a tutti quanti il nuovo nome.
La kvutzà nachshuvim, dalle 21:30 del 29 dicembre, è diventata la kvutzà GALON!
Il giorno seguente, neanche il tempo di potersi ambientare che i Galon, assieme agli Shavit, hanno affrontato Yom atzmai, quel giorno in cui tutti i bogrim si allontanano dalla colonia e lasciano ai ragazzi più piccoli l’opportunità di poterla gestire per un giorno.
Non mi dilungo nel raccontare come è andata, confidando che lo farà un membro delle due kvutzot della bet settimana prossima.
Attività dopo attività, eccoci arrivati all’ultima giornata di campeggio, noi Maanit, ci siamo chiusi nel salone della struttura, passando 12 ore ad organizzare la speciale serata che sarebbe stata, la nostra ultima sera di attività con il movimento.
I primi momenti di preparazione gli abbiamo però impiegati per sederci tutti in cerchio, a ricordare tutti quei meravigliosi istanti che ci hanno visto uniti grazie all’hashomer, qualche lacrima è scesa sui visi, e quella sensazione di malinconia è iniziata.
Ma basta farsi prendere dalle emozioni, dobbiamo organizzare una serata che sia indimenticabile, che lasci il bel ricordo di ciò che siamo stati.
Come filo conduttore per la nostra uscita, abbiamo preso il film “I diari della motocicletta”.
Il film parla del primo viaggio fatto da Ernesto Guevara per il Sud America, a bordo della sua motocicletta, la Poderosa.
Abbiamo pensato di fare un parallelismo tra i momenti di vita di Guevara, paragonati ai momenti nel quale un ragazzo si forma , grazie all’Hashomer.
Di pregevole fattura è stata la scenografia, che il gruppo di Milano (con grande maestria oserei dire) è riuscito a togliere dalle “grinfie” dei nostri chaverim romani.
Successivamente, ispirandoci al celebre discorso fatto da Giorgio Gaber, “Qalcuno era comunista”, abbiamo scritto e recitato un testo che riporto qua sotto:
“Qualcuno era uno shomer”
“Qualcuno era uno shomer perchè sentiva bisogno di un contatto più stretto con la natura
Qualcuno era uno shomer perchè il sabato pomeriggio non aveva niente da fare
Qualcuno era uno shomer perchè così poteva dire la sua
Qualcuno era uno shomer perchè credeva ella fondazione dello stato d’israele
Qualcuno era uno shomer perchè non ne poteva piu della società che lo circondava
Qualcuno era uno shomer perchè la mamma , il papa e lo zio erano shomrim
Qualcuno era uno shomer perchè voleva veramente cambiare il mondo
Qualcuno era uno shomer perchè prima o poi sarebbe veramente riuscito a cambiato il mondo
Qualcuno era uno shomer perchè cantare in chadrochel non aveva prezzo
Qualcuno era uno shomer perchè credeva in un ebraismo diverso
Qualcuno era uno shomer perchè anche se credeva nell’ebraismo tradizionale, sapeva che in ken avrebbe potuto comunque praticarlo
Qualcuno lo era perché credeva in un metodo educativo diverso
Qualcuno era uno shomer perchè voleva far parte di qualcosa di più grande
Qualcuno era uno shomer perchè solo li viveva in un mondo diverso
Qualcuno era uno shomer perchè si annoiava alle peulot ma si divertiva ai giochi
Qualcuno era uno shomer perché si annoiava alle peulot ma si divertiva ai giochi
Qualcuno era shomer perché il mifkadesh si faceva solo lì
Qualcuno era uno shomer perche i genitori andavano all’hashomer
Qualcuno era uno shomer perchè era pieno di belle ragazze.
Per concludere si è letta una poesia fatta da un nostro chaver in un momento di massima ispirazione, che però non si può pubblicare a causa di problemi tecnici.
Finito di preparare il tutto, siamo usciti dalla sala comune, direzione chadar ochel, pronti per mangiare tute le prelibatezze preparate apposta per noi dai nostri madrichim, venuti appositamente per stare con noi nell’atto conclusivo della nostra vita shomristica.
Dopo aver mangiato e cantato, è iniziata la serata, tutti chanichim hanno fatto commuoventi recite per i loro madrichim della kvutzà più grande che ormai stava per abbandonarli.
Poi, è stato il nostro turno, recita canzone, e quant’altro è stato fatto nel migliore dei modi, causando ancora una volta lo scoppio in lacrime dell’intero campeggio.
Ancora una volta, come ogni anno, la colonia è stata invasa da fiumane di lacrime.
Un momento davvero unico e speciale, di quelli che difficilmente mi capiterà di rivivere.
Alla fine del tutto, alle 3 di notte, abbiamo fatto l’ultimo mifkad esh, con canti, balli, e momenti di raccoglimento in kvutzot, che ognuno di noi si ricorderà per ancora molto tempo.
Insomma, la nostra avventura si è conclusa quel 4 gennaio, con i canti attorno alle scritte infuocate, ma ogni membro della kvutzà Maanit, sa che proprio così come Ernesto Guevara mise in pratica la rivoluzione di Cuba, dopo aver visto le atrocità che imperversavano nel continente latino, così ora noi dobbiamo mettere in pratica ciò che abbiamo imparato in questi anni di attivismo, cercando di raggiungere quella che sarà la nostra autorealizzazione personale.
Chazak ve’Ematz, Andrea, Maanit

