Vivere collettivo: il kibbutz e la società del domani

Lo shock di fare esperienza dello stile di vita del kibbutz israeliano oggi è ancora forte, soprattutto per un
ventenne della diaspora. Il tipo di organizzazione sociale, seppur smorzata nel tempo, rappresenta tuttora un’alternativa alla quotidianità delle società in cui viviamo, dove i rapporti interpersonali sono quasi esclusivamente formali, a scopo utilitaristico. Il kibbutz è ancora uno spunto e un’ispirazione, una base ideologica da cui partire per creare nuovi modelli flessibili e rivoluzionari. Per me, un’esperienza irripetibile.
Passare la propria adolescenza all’interno del movimento giovanile socialista-sionista Hashomer Hatzair, ha significato per me guardare la società senza filtri, leggere in modo critico il tipo di rapporti che mi circondavano, e i contenuti datimi dall’educazione scolastica. La kvutzà, il gruppo, il fondamento primo del metodo educativo del movimento, ci ha insegnato fin dalla tenera età a considerare la partnership come una risorsa indispensabile, e a desiderare il confronto tra coetanei, profondo e sincero, affinché la nostra crescita fosse indirizzata grazie alla coscienza individuale e di gruppo.
Il 2013 sarà il centenario del movimento Hashomer Hatzair. Una storia di ribellioni nei ghetti europei degli anni ’40, scontri generazionali, educazione democratica, pionierismo sionista. Una storia di forte autonomia e creatività per una fascia dʼetà spesso poco considerata. Ogni “shomer” si è imbattuto nel dilemma di come reggere il confronto di tale eredità.
Lo shnat hachsharà (anno di preparazione) è il programma del movimento mondiale che porta ogni anno diverse decine di giovani, uscenti dall’educazione superiore, a vivere in Israele per un anno, formandosi nel confronto tra provenienze diverse, e con la società israeliana. Ho vissuto in Israele nellʼanno 2009-2010, sperimentando realtà diverse, urbane e agricole, in contesti sociali differenti. I primi tre mesi li ho passati in un piccolo kibbutz socialista ad appena un chilometro e mezzo dalla Striscia di Gaza, Holit. Un kibbutz considerato “giovane”, non appartenente al gruppo dei kibbutzim storici dell’Hashomer Hatzair. Un appezzamento verde in mezzo alla sabbia del Negev, un luogo isolato e incredibile, per la capacità dei suoi abitanti di strappare, di giorno in giorno, centimetri al deserto. Holit mi ha introdotto a un’altra dimensione di vita, che ho amato intensamente: la tranquillità, il silenzio, il lavoro nei campi, la gioia di condividere le proprie conquiste quotidiane con una piccola comunità. Un villaggio umile di famiglie immigrate dall’America Latina, gli Stati Uniti, l’Iraq, per crescere i propri figli in un contesto alternativo, così insicuro e pericoloso a causa della linea di confine su cui insiste, ma altrettanto rassicurante nelle relazioni interpersonali e nel senso di comunità che lo pervade.
A Holit ho scoperto l’importanza dei pasti, della produzione dell’arte e della musica in un contesto comunitario. Un esperimento sociale così unico e nonostante ciò terribilmente osteggiato dalle istituzioni statali, interessate ai terreni per l’insediamento di nuovi immigrati, strategia che ha portato negli ultimi due anni alla sua progressiva e forzata privatizzazione.
Per i tre mesi successivi ho fatto un’esperienza completamente diversa, svernando nella città di Nahariyya, sul mare, vicino al confine con il Libano. Questa volta il format era quello della comuna urbana: un appartamento per diciotto, un’intera kvutzà sotto lo stesso tetto (cadente). Ragazzi di tre continenti e sette paesi diversi, un unico conto bancario, una convivenza “intenzionale” e delle attività esterne di volontariato sociale.
Un’esperienza per capire la bellezza e l’estrema difficoltà del vivere insieme, condividendo ogni cosa, imparando insieme, confrontandoci, e unendo le nostre forze per influenzare il contesto cittadino. La comuna dà al gruppo l’opportunità di dividersi i ruoli, e così avere il tempo per mantenersi e fare volontariato.
L’auto-realizzazione è completa, perché ciò che vogliamo per la società, la nostra ideologia, si riflette nel nostro stile di vita quotidiano e nelle nostre attività.
Infine, quattro intensi mesi nella rigogliosa regione dell’Haemek, la Valle di Jezreel, con i grandi kibbutzim storici arroccati in cima ai colli, a guardia dei campi, che si snodano come un fiume nella valle. Vivevamo a Ramat Hashofet, lavoravamo a Dalia ed Ein Hashofet, visitavamo spesso Mishmar Haemek, Shomria e Givat Oz.
Grandi villaggi agricoli, alcuni privatizzatisi di recente, altri ancora forti nella loro struttura sociale ed economica originaria.
Per un kibbutz essere privatizzato oggi significa non avere più quelle funzioni comunitarie, come la mensa, che aveva un tempo, ed ogni membro riceve un salario e suoi beni sono privati. Ciò che resta in comune, a volte, sono i mezzi di produzione e alcuni eventi annuali in occasione delle festività. Conoscendo la forza di tali istituzioni nel passato, è malinconico passeggiare per Ramat Hashofet, nel silenzio del verde, tra le basse case bianche, entrare nella gigantesca mensa oggi immensamente vuota, con pochi anziani seduti a masticare il pranzo.
La vita continua e le comunità si sono riorganizzate in maniera differente, a volte con successo; ma quella solitudine, che intercorre oggi tra le persone, è un frastuono assordante se insinuatasi in un’architettura pensata e creata per la vita collettiva. Ci sono luoghi invece, nei quali il sistema socialista è tuttora un cavallo di battaglia, come Mishmar Haemek, gioiello shitufi (collettivo) nel pieno del benessere. Un’istituzione granitica, in tutti i sensi: forte del suo sistema economico, della sua autonomia, dell’ideologia che porta con sé, ma al contempo statico ed estremamente esclusivo. Un sistema in cui i giovani sono comunque sudditi di un sistema che non hanno scelto, e gli olim chadashim (nuovi immigrati), non sono quasi mai accettati. E’ evidente che i kibbutzim siano un modello fondamentale, un esempio, una risorsa, un’istituzione con la quale ogni altro tentativo di vita collettiva debba confrontarsi. Oggi, in una società israeliana che assomiglia sempre più alla nostra, dove il senso della collettività e l’unità del paese vanno affievolendosi di giorno in giorno a favore di altre logiche meno nobili, la sola idea di kibbutz dovrebbe ergersi a protezione della vecchia Israele. Questo però non accade. Non accade perché quando manca l’unità interna, figuriamoci quella esterna, politica. E i pochi kibbutzim ancora forti del loro sistema tendono a esistere in quanto isole a sé stanti, mancando di impatto sulla società intera.
La gioventù israeliana, del movimento Hashomer Hatzair e di altri gruppi affini, negli ultimi anni si è posta il dilemma di dare una nuova forma all’ideologia del kibbutz, una forma che fosse abbastanza dinamica e rivoluzionaria da avere un qualche impatto sulla società. La risposta finora è stata, di base, l’organizzazione in comune di una decina di persone l’una, sparse sul territorio: nei kibbutzim o nelle città, e soprattutto in aree disagiate. Ciò ha dato l’occasione a persone tra i diciotto e i quarant’anni di riorganizzarsi dal basso, creando dei nuclei forti dai quali si potesse partire per vivere la propria ideologia quotidianamente, applicandola sul contesto attraverso attività per la comunità. In pochi anni i risultati sono stati notevoli, con la creazione di un network sempre più esteso. I progetti portati avanti sono svariati, come la creazione di moadon (centri comunitari) che offrissero attività con l’impronta del movimento, rivolte però a ragazzi arabi, di nuova immigrazione, o provenienti da contesti diversi rispetto al target usuale, poichè i genitori tendono a mandare i figli a formarsi nei gruppi che riflettono maggiormente l’ideologia o la provenienza della famiglia, rischiando così di trasformare i movimenti giovanili socialisti in istituzioni esclusive e limitati a una sola fascia di popolazione.
In generale il modello di comuna ha creato un network di “basi operative” sparse sul territorio, e perciò più vicine alle problematiche sociali.
A uno stadio intermedio tra kibbutz e comuna si pone oggi il modello sperimentale di “kibbutz urbano” (in ebraico Kibbutz Ironi), che trova una sua realizzazione nel Kibbutz Migvan di Sderot. Una comunità di sessanta membri, affiliata al Kibbutz Movement, con un sistema economico collettivista, incontri settimanali, attività, abitazioni private.
Un “isolato alternativo” che sia luogo d’incontro e modello per il resto della città.
Pelech è un ulteriore esempio di rielaborazione delle radici ideologiche del kibbutz, che mi sta particolarmente a cuore. L’unicità del suo sistema è che la comunità sia organizzata secondo anelli concentrici di progressiva collettivizzazione: un “kibbutz di kvutzot”. Il sistema del kibbutz socialista dell’Hashomer Hatzair viene ulteriormente frammentato in gruppi più piccoli, coetanei, che permettono un’organizzazione più cosciente della vita collettiva, elevando la voce di ognuno. Ogni gruppo è legato alla comunità intera, ma si organizza autonomamente al suo interno, così che ogni generazione dia il suo contributo a un sistema maggiormente dinamico.
Oggi viviamo in un momento storico in cui la logica di mercato e la società fondata sul modello capitalista sta entrando in una profonda crisi. Per la prima volta i modelli che ci hanno governato per decenni stanno sgretolandosi, e molti movimenti culturali e politici stanno esplorando nuove frontiere del vivere sociale e del rinnovamento di questa società abusata. Questi sono gli anni in cui il modello del kibbutz può assumere un nuovo ruolo attivo: forse in altri ambiti e contesti, con forme rinnovate, ma contenuti simili. Il kibbutz è uno stile di vita intenzionale, un’alternativa alla logica mainstream e un contratto sociale su cui riflettere per rielaborare le nostre comunità. L’esperienza in Israele ha lasciato in molti di noi la viva convinzione che questi modelli siano ancora da studiare e da mettere in pratica. Una prima prova di ciò risiede nelle comune istituitesi negli ultimi anni in contesti completamente diversi, per opera di giovani tornati dallo shnat hachsharà. Tre esperienze in Canada, tra Toronto e Montreal, due comune a Brooklyn, New York, e le ultime in ordine cronologico a Maastricht,

Olanda, e a Melbourne, Australia.

Giulia, Yehi’am

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